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Città italiane con il maggior numero di albanesi

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Cittadini stranieri provenienti dall’Albania e residenti in Italia. Classifica delle Città e Regioni italiane con il maggior numero di albanesi (Anno 2012)

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Albania, nelle ‘case della morte’, dove il Paese delle Aquile ancora non vola

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ngujuar

Nell’Albania alle soglie dell’Europa ci sono famiglie segregate che attendono una terribile vendetta

‘Ngujùar: segregati in casa, chiusi dentro senza mai uscire, condannati a un’esistenza da sepolti vivi. E’ questo il destino di due fratelli albanesi di 13 e 7 anni, Zhef e Marcel, della loro sorellina di 10 anni, Marcela, e della loro mamma Marija, per un ‘debito di sangue’ lasciato dal loro papà, che non c’è più. Vittime della spietata legge del ‘Kanun’, l’antico codice d’onore del Paese delle Aquile, nonostante l’Albania sia a un passo dall’ingresso in Europa. E molti altri, oltre un cancello, una porta, un cortile, sono attesi dal carnefice.

Siamo a Bardhaj, una manciata di casupole sparse nella brulla campagna attorno a Scutari. Albania profonda, quella dell’estremo Nord, culla dell’eroica resistenza agli Ottomani prima, del nazionalismo albanese poi, e patria d’origine del Kanun. E’ un codice che sancisce il diritto consuetudinario tra le ‘genti della montagna’, che vivono da sempre in un contesto estremamente isolato e arretrato rispetto alla sfavillante capitale, Tirana, dove al contrario ogni regola viene infranta dalla modernità, tra ristoranti, tv e social network. Il Kanun doveva essere un deterrente alla giustizia fai da te, in terre isolate dove il potere centrale non arrivava, e invece è diventato una maledizione per centinaia di famiglie che ancora oggi, nonostante l’opposizione dello Stato, si trovano invischiate in queste faide. Centosei omicidi con 83 persone condannate nel periodo 2004-2009, dicono i dati della Procura Generale di Tirana resi noti da organizzaioni umanitarie. Duecento famiglie coinvolte nel 2012 nella sola Scutari, aggiunge la Polizia Criminale. E’ sugli “auto-reclusi”, tuttavia, che i conti sembrano non essere chiari, un argomento che, in società, genera un ovvio imbarazzo. Fanno parte di un orrore arcaico, vite sfortunate di cui meno si parla meglio è. Centosedici persone chiuse in casa e 21 bambini che non vanno a scuola, dicono ancora quei dati, ma per alcune delle maestre incaricate di entrare in quelle stesse case il numero dei piccoli sarebbe molto maggiore, e questo nelle sole zone del Nord.

Una vergogna che sta cancellando in modo indelebile le vite di pochi ma sempre troppo grandi e bambini, questi ultimi poi a cui viene scippata l’ingenuità dell’infanzia. Da quando si alzano dal letto, infatti, ogni mattina, hanno imparato a essere guardinghi. Diffidano di chi si presenta alla porta, di chi li invita fuori, sono pronti a uno scatto improvviso quando si avvicinano a porte e cancelli. Un tempo la ‘presa del sangue’ escludeva donne e minorenni, ma con il tempo l’etica – se così si può chiamare – si è persa e oggi chiunque appartenga alla famiglia di un uomo che ne ha ucciso un altro, non importa se abbia pagato o meno il suo debito con la giustizia, da queste parti si espone alla vendetta del clan a cui apparteneva il morto. E se la vendetta non viene compiuta, grande disonore scende sulla testa di chi se ne trova incaricato dai famigliari. Uno di questi uomini minaccia la vita di Zhef e Marcel, figli maschi dell’assassino (il padre, che era l’obbiettivo della vendetta ma che si è tolto la vita facendo ricadere la faida sui suoi tre discendenti diretti). Aspetta nell’ombra, fuori dal giardino, notte e giorno: in verità potrebbe essere lì sempre o non esserci mai. Ma non si può rischiare. La famiglia della vittima nonostante i 20 anni ormai trascorsi non ha rinunciato alla vendetta, lo ha fatto sapere chiaramente, anzi, ogni tanto si avvicina alla casa minacciando di morte i suoi abitanti. Giusto per tenere vivo il terrore, per schiacciare ogni speranza di una vita normale, per pregustare la vendetta. Non crediate che poi l’orrore non si materializzi, che alla fine tutto si risolva nella già terribile violenza piscologica della reclusione e della paura.

Un caso emblematico, che fece il giro del mondo, avvenne nel 1993, quando Ndue Zefi, operaio di 57 anni, dopo 12 anni da recluso, decise di uscire di casa: venne falciato da una raffica di kalashnikov. L’uomo non era indicato come responsabile di nessun delitto, ma il Kanun è implacabile e indica fra le vittime designate della vendetta tutti i parenti maschi dell’assassino, senza distinzione. Questa la stroria: nel 1993 un ragazzino appartenente alla famiglia di Ndue Zefi venne ucciso da un parente di Pjeter Marku, 53 anni, ora in carcere per quel delitto. La famiglia Zefi dichiarò aperta la faida con la famiglia Marku e negli anni successivi due fratelli di Pjeter furono uccisi per vendicare la morte dell’adolescente. Nel tragico gioco a catena della vendetta, toccava ora ai Marku rispondere al sangue con il sangue. Tutti gli uomini della famiglia Zefi si erano rifugiati all’estero, oppure vivevano chiusi in casa, come faceva Ndue. E infatti Ndue Zefi è riuscito a sfuggire alla morte per 12 anni. Fino a quel giorno. Il suo assassino, Pjeter Marku, venne rintracciato dagli agenti nella sua casa, dove si era rinchiuso per sottrarsi alla vendetta, pronto al suo turno nel ruolo di ‘segregato’. Non ebbe problemi ad ammettere il delitto. Zhef, Marcel e Marcela sono cresciuti con queste storie come noi con l’uomo nero. Ma il loro Barbablù, a differenza di quello dei nostri figli, è dannatamente reale e vicino. Non hanno mai visto il paese, non escono mai, proprio per non commettere quell’errore. Forse si chiedono perché sia toccato loro questo destino, ma questa e la loro vita e non ne hanno mai conosciuta un’altra. Vivono nel cortile polveroso e davanti alla tv. Non sono mai andati a scuola. Non avranno fidanzatini e fidanzatine. Qualche amico viene a trovarli a casa, per tirare due calci a un pallone, una maestra arriva tre volte a settimana mandata dallo Stato.

Eppure i sogni dei bambini non si spengono, non si fermano sull’uscio di una casa o dentro un destino imprigionato, strappano ogni laccio che li vuole trattenere. “Da grande voglio fare il giudice”, dicono all’unisono sia Marcel sia Marcela. Un desiderio che stupisce, forse proprio a voler riparare quei torti che li inchiodano in pochi metri quadrati di libertà. Zhef ne ha uno ancora più colorato: “Io voglio diventare un calciatore – dice esplodendo in un sorriso – e il mio preferito è El Shaarawi”. Almeno con la fantasia, quello sì, Zhef continua a correre libero, con un pallone ai piedi, anche se forse non vedrà mai un campo da calcio. ANSA

Noi, gli italiani d’Albania

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Come tutti i suoi connazionali, anche Luca deve ricordarsi di rinnovare il permesso di soggiorno. «Altrimenti ti rimandano a casa». E mima con le mani il tipico gesto. «Pensi come sono cambiate le cose: una volta erano gli albanesi a fare la fila nelle nostre questure per rinnovare i documenti. Ora siamo noi».

TIRANA (Albania) – «Sa qual è stata la prima parola di mio figlio? “Babi”, vuol dire papà in albanese. Forse è un segno, ma come faccio a tornare in Italia se il bimbo è nato e cresciuto qui?». Luca Falanga è seduto in un bar di Rruga e Durresit, un vialone che parte dal cuore di Tirana, mentre tutt’intorno è un fiorire di cliniche dentarie italiane, agenzie turistiche che sponsorizzano una settimana di vacanza a Roma, Firenze e Venezia. Ha trentadue anni, è un perito informatico e commerciale di Galbiate, in provincia di Lecco, e nella capitale albanese lavora in un call center gestito da albanesi ma al servizio di aziende italiane.

La carica dei 19 mila

Luca è uno dei tanti, tantissimi, che negli anni hanno lasciato l’Italia e si sono trasferiti al di là dell’Adriatico. Chi per avventura. Chi per amore. Chi, soprattutto, per necessità. «Nel nostro Paese vivono e lavorano 19 mila italiani», calcola Erion Veliaj, ministro albanese del Benessere sociale e della gioventù nel governo socialista guidato da Edi Rama. Numeri che, al netto degli imprenditori, dei rappresentanti diplomatici e degli studenti iscritti ai corsi di Medicina all’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio, indicano in 15-16 mila quelli che hanno un contratto di lavoro dipendente. E un permesso di soggiorno. Si trovano soprattutto a Tirana. Gli altri sono distribuiti tra Scutari, Durazzo, Valona. «Quando sono arrivato nel 2004 qui di connazionali ce n’erano davvero pochi», ricorda Pasquale Fiore, 63enne barese. «Ora ci sono giorni in cui mi sembra di stare in Italia e non a Tirana». Fiore è cuoco al Taiwan, che è una mega-struttura nel cuore della capitale dove si trovano un ristorante, un centro commerciale, diversi bar.

Da Lecco nel “Paese delle aquile”

E com’è l’approccio con l’Albania? Luca Falanga sorride. «In questa città è un gran caos, dal traffico agli uffici pubblici, passando per gli ospedali. Ma è un posto con margini di crescita pazzeschi». E la Lombardia? «È smarrita. Nel Lecchese le aziende che hanno caratterizzato la mia infanzia hanno chiuso una dopo l’altra. Ho perso i miei punti di riferimento». Così, senza lavoro, s’è trasferito a Tirana. È diventato papà. «Qui anche se sei precario, ma vali, il lavoro non ti mancherà mai. E con 600 mila lek (circa 400 euro, ndr) vivi bene». Come tutti i suoi connazionali, anche Luca deve ricordarsi di rinnovare il permesso di soggiorno. «Altrimenti ti rimandano a casa». E mima con le mani il tipico gesto. «Pensi come sono cambiate le cose: una volta erano gli albanesi a fare la fila nelle nostre questure per rinnovare i documenti. Ora siamo noi».

La nuova vita della famiglia friulana

La sanità da queste parti resta un problema, secondo Falanga. «Senza soldi non vai da nessuna parte. Per fortuna ci sono gli ospedali privati, che però costano un sacco». A Tirana è un fiorire di cliniche italiane. Ne sanno qualcosa Stefano Turchetto e Laura Redivo. Marito e moglie, 38 anni lui, 37 lei, hanno due figli e arrivano da Gradisca d’Isonzo, in Friuli. In Albania lavorano come medici internisti in una struttura gestita da un altro italiano, Luca Mocenni, che è il direttore amministrativo. I figli studiano in una scuola internazionale con lezioni in inglese. Come si trova una famiglia migrante? «Io bene, mia moglie un po’ meno», dice Turchetto. «Molti servizi per la famiglia sono di fatto inesistenti». Quello che non manca è il lavoro. «A differenza dell’Italia dove la nostra categoria è bistrattata e non ha futuro». In Albania, invece, «c’è una forte domanda di medici professionisti». Anche se «resiste ancora, in alcuni settori del Paese, l’idea che uomo e donna non siano pari. Lo vedo in ospedale: certi pazienti albanesi pensano che farsi visitare da me sia meglio che farlo con mia moglie, pur essendo noi allo stesso livello. Non lo dicono in faccia, ma lo si intuisce»

Dalla Calabria al call center albanese

Antonio Giorgio Buda ha 23 anni, è di Corigliano Calabro e molti di voi l’avranno sentito proporre un’offerta per una società o l’altra via telefono. Antonio lavora in un call center gestito da alcuni trentenni albanesi. Ha studiato cucina in Francia, poi ha vissuto tra Albano Laziale e Ariccia. È arrivato nel Paese delle aquile quattro anni fa e da tre contatta le famiglie italiane. «Vengo pagato come un albanese, a volte riesco a racimolare 900 euro al mese che è tanto, considerato il costo della vita», calcola lui. «Qui non importa se sei italiano, albanese o altro. Importa solo che tu lavori». L’Italia? «Per me, per ora, è un capitolo chiuso. Non credo di avere un futuro. Ma se le cose dovessero cambiare ovvio che ci torno, è il mio Paese». Soprattutto perché, confessa, «mi manca la schiacciata calabrese. Anche se da qualche settimana è arrivata anche qui, in un supermercato italiano. Quando l’ho visto stavo quasi piangendo. Certo, il sapore è diverso e il costo esorbitante: 15 euro al chilo».

Il bar distrutto dal sisma e la fuga dalla burocrazia

C’è anche chi si è letteralmente ricostruito la vita. Come Maurizio Cantalini. Cinquant’anni, viveva all’Aquila dove gestiva un bar-paninoteca nel centro storico. Poi è arrivato il terremoto. Il locale è andato distrutto e, anni dopo, non è riuscito a riaprirlo in città. Così si è trasferito. Prima in Spagna. Poi a Tirana, dallo scorso novembre, dove ha aperto «Vita 99».  «Qui c’è fermento», dice. Mentre i suoi figli, di 11 e 7 anni, nati in Italia e ancora là, giocherellano tra i tavoli. «Parliamo in italiano, c’è poco tempo per imparare l’albanese oltre alle parole solite». Perché ha lasciato l’Italia? «Per le troppe tasse e la troppa burocrazia. Qui hai il 10% di prelievo fiscale e in un’ora puoi aprirti la società pagando 300 euro. Poi hai molte agevolazioni. Il ristorante di Cantalini, «Vita 99», è un omaggio alla città abruzzese. «“Vita” vuol rappresentare la rinascita dell’Aquila. Il numero, il 99, è un elemento simbolo del posto dove sono nato». Certo, anche per lui l’Albania non è il Paese delle meraviglie. «L’arretratezza infrastrutturale resta, l’Europa è ancora lontana e il divario tra i troppo poveri e i troppo ricchi è enorme. Però almeno c’è dinamismo».

Lo chef diventato star della tv

Alessandro Giampietro di anni ne ha 44 ed è di Roma. È arrivato in Albania tre anni e mezzo fa. Nel suo piccolo è diventato una star della tv locale con le trasmissioni di cucina. «Ho fatto 75 puntate su Vizion+ (terza tv privata più seguita del Paese, ndr): qui il “Made in Italy” piace eccome. Non è un caso se oltre alla cucina il marchio Conad ha deciso di aprire decine di supermercati». Giampietro ha iniziato a Durazzo, poi s’è trasferito a Tirana. «Questo è un Paese intraprendente, la gente è molto più pratica, gli manca certo il senso di coordinamento, la progettazione a lungo termine. In quest’ultima noi italiani siamo abbastanza bravi».

L’uomo che ha portato l’aperitivo nella movida

Marco Angelotti, romano 44enne pure lui, vive a Tirana dal 2010. «Mi sono trovato catapultato qui in una realtà ignota», racconta. «Piano piano ho però iniziato a conoscere la città, a prendere i contatti». Due anni dopo aver messo piede nella capitale albanese ha lanciato le sue attività per cambiare la movida tra aperitivi e cucina romana prima con un ristorante a due passi dall’ambasciata italiana, poi con un altro in pieno centro, a pochi metri da piazza Skanderbeg. In Italia? «Non ci sono opportunità». Angelotti non nasconde di aver vissuto qualche settimana da irregolare, con un permesso di soggiorno scaduto. «Ma come sempre qui, basta la giusta conoscenza e l’intoppo si risolve».

Il ristorante nelle Marche, la crisi e l’approdo oltre l’Adriatico

Fabio Crostelli, cuoco di 57 anni, arriva da Ostra (Ancona) via Porto Rico. È in Albania da meno di un anno. Dopo aver chiuso – per crisi – un ristorante nelle Marche. «Poi un amico d’infanzia, da anni in questo Paese, mi chiama e mi fa: “Vieni qui”. Io lo ammetto: non sapevo nemmeno dov’era l’Albania e avevo qualche pregiudizio». Pregiudizi che ora «sono spariti: qui ho trovato affetto, persone stupende, disponibili. Un Paese che ha voglia di fare». Così ha aperto un piccolo ristorante, a due passi dall’Istituto italiano di cultura: pochi tavoli fuori, cucina rigorosamente italiana. Il nome? «“Torcoletto da Fabio”. Lo stesso nome del locale nelle Marche». Non tutto è così bello però. «Quello che non mi piace è che le leggi spesso sono soggettive: dipende da chi le deve applicare. Eppoi non manca la corruzione. Ma le tangenti, come la vita, qui costano decisamente meno», sorride.

Da Torino a Tirana (via Roma)

Nello stesso tavolo è seduto Roberto Cannata. Cinquant’anni, di Torino, tre figli, racconta di essere in Albania «per rimettermi in gioco nel mondo del lavoro. Cosa che in Italia non si può fare» dopo aver lavorato nella ristorazione tra Roma e Viterbo. A Tirana ha anche lui una pizzeria. «Sono rinato qui a Tirana», dice. E anche se – come Crostelli – spiega che «qui le istituzioni sono abbastanza inesperte», calcola che «il Paese viaggia cinque volte più veloce dell’Italia. Tra poco ci raggiungeranno e ci supereranno. E forse se lo meritano».

«Il Paese cresce, chi ha voglia di fare qui è il benvenuto»

«Da qualche settimana cerco soprattutto centralinisti italiani, ormai non bastano gli albanesi che parlano bene la vostra lingua», dice Agron Shehaj, un passato nel Belpaese, ora proprietario di Ids, il più grande call center dell’Albania e uno dei più importanti dei Balcani. Più di seimila dipendenti chiamano ogni giorno le famiglie oltre l’Adriatico per conto delle aziende italiane. «Nella mia società non mancano i vostri connazionali, ma ne vorrei ancora di più: chi cerca lavoro, si faccia avanti. Certo, è Tirana e non Milano o Roma, ma lo stipendio è assicurato e qui si vive decisamente bene».

«Siamo un Paese giovane e ambizioso, quasi una piccola America a due passi da casa», sintetizza il ministro Erion Veliaj nel suo ufficio tutto a tema nazionale con il tavolo e le sedie rossonere. Veliaj snocciola i numeri degli italiani con soddisfazione. Ricorda che questi risultati arrivano soltanto 23 anni dopo la fine della dittatura comunista. Anche se ammette che il tasso di disoccupazione della forza lavoro locale (al 17,7% nel secondo trimestre del 2014) resta comunque alto e bisogna ridurlo di un bel po’. «Però il Paese cresce». Così come gli stipendi. Passati, certifica l’Instat, l’istituto nazionale di statistica, dai 107 euro di media del 2000 ai poco meno di 375 euro del 2013. «Chi ha voglia di lavorare qui è il benvenuto», assicura Veliaj. «Lo dico soprattutto agli italiani, non semplicemente dei vicini, ma da sempre fratelli».

Twitter @leonard_berberi/

Fonte Corriere.it

Indrit Mema, il recordman delle strisce stradali (Video)

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shqiptari i vijave te bardhaIl piccolo imprenditore è diventato una star del web alla guida di una macchina che traccia la segnaletica: “Mi ricorda quando ero bimbo sui go kart”. Guarda il video

Sondrio, 9 gennaio 2015 – “Quando traccio le strisce bianche mi sento come quando ero un bimbo sui go kart” dice Indrit Mema. E doveva essere un piccolo pilota piuttosto promettente se ora la sua abilità alla guida gli ha fatto fare il giro del mondo

Indrit, 38 anni, è  nato e creciuto in Albania, ma è in Italia da quando ne aveva 21. È titolare della Segnalgrafica, un’azienda di segnaletica stradale a Cosio Valtellino, in provincia di Sondrio, ed è diventato una star del web per le sue prodezze alla guida di un macchinario che traccia le strisce per terra.

Un collega lo ha filmato mentre una mattina di giugno, in soli 4 minuti, dava una “ripassatina” a oltre un chilometro di strisce nel centro di Sondrio. La strada passava anche avanti al mercato, dove dovevano posizionare i banchi, e così Mema, un po’ per necessità, un po’ per gioco, ha messo il turbo.

Alla fine il video è finito sulla pagina facebook Construction Machines, collezionando oltre 360 mila contatti, 200 mila like e tantissimi commenti ammirati.

Il piccolo imprenditore è stupito di tanto successo. Il suo segreto? “Amo lavorare con impegno e dedizione”.

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